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ASSOCIAZIONE NAZIONALE AMICI DI ALDO CAPITINI


Associazione nazionale Amici di Aldo Capitini, via Ulisse Rocchi, 3, 06100, Perugia



Prima pagina











Capitini alla prima Marcia per la pace del 1961



La teoria della democrazia nell'esperienza dei C.O.S.

di FABRIZIO BRACCO

 

Vorrei qui soffermarmi su un tema che il prof. Ferrarotti ha toccato nelle conclusioni della sua bella e suggestiva esposizione: Capitini teorico della democrazia e protagonista della battaglia democratica nel nostro paese.

Nella seconda parte di questo secolo, la democrazia ha vissuto una singolare vicenda. Uscita vincente dallo scontro con l'anti-democrazia, dopo la Seconda guerra mondiale l'idea di democrazia è divenuta progressivamente più debole, tanto che è oggi universalmente accolta la sua riduzione ad un insieme di tecniche per decidere, caratterizzato dalla partecipazione della maggior parte possibile di coloro a cui si applicano le decisioni e dalla regola maggioritaria. Contemporaneamente, come ha sottolineato John Dunn, democrazia è divenuto sinonimo di "forma buona di governo", di 'governo legittimo", per cui in ogni parte dei mondo i governanti si definiscono "democratici", anche se responsabili della persecuzione e della morte dei propri oppositori e della negazione dei diritti politici e civili dei propri concittadini.

Potremmo, quindi, sostenere che l'idea di democrazia ha avuto una grande estensione in superficie alla quale ha corrisposto una contrazione in profondità. Ciò pone a noi, in questa difficile età di passaggio al nuovo millennio, di fronte alle sconvolgenti innovazioni tecnologiche, alle grandi mutazioni antropologiche, culturali e sociali, nuovi ed inquietanti interrogativi sul futuro dell'idea e della pratica della democrazia, intesa come sistema politico i cui membri si considerano politicamente uguali e collettivamente sovrani, e possiedono tutte le capacità, le risorse e le istituzioni di cui hanno bisogno per governare se stessi" (definizione che prendo in prestito da R. A., Dahl. Ci saranno nuove possibilità ma anche nuovi limiti per lo sviluppo dei processo democratico. Come ci ammoniscono tanti aut ori democratici, nonostante la convinzione diffusa, la storia della democrazia è segnata "in egual modo da fallimenti e da successi; fallimenti nel trascendere i limiti esistenti, fallimenti di importanti progressi temporanei seguiti da pesanti sconfitte, e talvolta di ambizioni utopistiche seguite da delusioni e scoraggiamenti" (citazione tratta ancora da La democrazia e i suoi critici di Dahl).

Mi appare necessario nella ricerca di risposte possibili alle domande dell'oggi circa le forme di governo e i tipi di organizzazione della società in grado di attuare i principi democratici nelle nuove condizioni storiche, riaffacciare un proficuo dialogo con i classici della democrazia e con tutti quegli autori che ne hanno avuto a cuore le sorti. Aldo Capitini è uno di questi.

Capitini ed i suoi contemporanei hanno vissuto lo scontro tra democrazia e anti-democrazia, prendendo chiaramente parte. Gli anti-democratici allora non si fingevano (o meglio, forse, non si ritenevano) democratici, perché la democrazia non era pensata soltanto nella sua concezione minima, ma come un ideale ed un complesso di valori. in democrazia libertà, uguaglianza, fratellanza, rispetto per l'altro, autonomia e autogoverno costituivano alimento e finalità delle istituzioni e della vita politica e civile. Senza questi principi e valori una società ed uno stato non si potevano qualificare democratici.

Alexis de Tocqueville nel suo capolavoro, cercando di descrivere, attraverso costumi e istituzioni della "nuova nazione" americana, quel fenomeno che gli appariva ormai ineluttabile, la rivoluzione democratica, con le sue tendenze, i suoi pregiudizi, le sue passioni, sottolinea come la democrazia in America nasca dall'esperienza della Riforma e dall'emigrazione: dunque da una forte tensione etico-religiosa e da una intensa vita sociale che produce un deciso spirito di comunità. I padri pellegrini abbandonavano "una invidiabile posizione sociale e una vita sicura per obbedire ad un bisogno puramente spirituale; con l'esporsi alle inevitabili miserie dell'esilio essi volevano far trionfare un'idea", ricorda Tocqueville e aggiunge " portavano con sé ammirevoli elementi di ordine e di moralità

Ecco, allora, la solidità della democrazia americana trova fondamento ed alimento in questa tensione etico-religiosa, e dalla vivace vita sociale fatta di relazioni, di dialogo, di reciproco sostegno, di uguaglianza delle condizioni che ne è l'inevitabile presupposto.

Capitini, è stato ricordato, praticava il dialogo come metodo e fondava la propria concezione politica su di una rigorosa visione eticoreligiosa che poneva al centro l'interesse e la considerazione per la persona. L'agire politico per lui deve essere informato alla morale. La giustificazione della politica è solo nell'etica altruistica. L"'apertura all'altro", la totale disponibilità verso tutti gli esseri, umani e sub-umani, l'interesse per la loro sorte, il loro rispetto fino al rifiuto di ogni forma di oppressione e di distruzione, costituiscono il punto di partenza verso una realtà "liberata" dai suoi limiti e dal suo carico di sofferenze, a cui il filosofo perugino tende. Gli esseri infelici, sofferenti, oppressi, sfruttati, sconfitti, soltanto unendosi, facendosi vicini gli uni agli altri, possono liberarsi dalle loro sofferenze. Il dialogo come metodo, che lo aveva avvicinato a Guido Cologero, insieme al quale diede vita al movimento liberalsocialista, nasce dalla volontà di ascoltare le ragioni dei propri interlocutori, riconoscerle e discuterne con un atteggiamento aperto al dubbio sulle proprie opinioni. Nel dialogo aveva insegnato Calogero non si deve cercare di vincere una battaglia, oppure il consenso degli altri, questi sono atteggiamenti egoistici, monologici e non dialogici. Dunque rintracciamo in Capitini una particolare concezione etica, una teoria della natura, una filosofia dei conflitti e la visione di una società in cui il potere sia di tutti (omnicrazia), ed in cui sia realizzato il benessere per tutti nell'integrazione tra l'idea di uguaglianza e quella del rispetto e dell'autonomia dell'individuo. In sostanza, riprendendo, anche se in modo dei tutto originale, alcuni motivi ricorrenti nella letteratura democratica, Capitini ci propone con la sua esperienza e la sua pratica di vita una idea forte di democrazia, indicando valori e contenuti che questa forma di governo deve avere. "Non sono d'accordo - scrive ne Il potere è di tuttí - con i distruttori del sistema rappresentativo, che le democrazie occidentali hanno costruito; ma ne vedo i limiti", e più avanti: "considero utile il parlamento, ma mi preme dire che esso ha bisogno di essere integrato da moltissimi centri sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutta la periferia". La democrazia intesa come partecipazione alle decisioni, come uguaglianza di diritti civili e sociali, come uguaglianza delle opportunità rivela un continuo conflitto tra l'uguaglianza di diritti e le differenze di fatto. Questo conflitto genera il problema che è di fronte a tutti i democratici, i quali si sono spesso divisi nella ricerca di soluzioni. Anche Capitini propone una sua soluzione, spostando l'attenzione dal funzionamento delle istituzioni democratiche (cosa di cui non si è mai realmente occupato) a come costruire e far sopravvivere una democrazia, favorendone radicamento ed estensione. In questo senso allora potremmo dire che più che teorico della democrazia appare teorico della transizione alla democrazia, o meglio ancora teorico della rivoluzione democratica. Egli, come è stato ricordato, si pone il problema di come si possa trasformare (e trasformare fin dalle radici) un paese che ha nella sua tradizione culturale e politica il germe dell'autoritarismo e del totalitarismo, ed il quale non ha mai realmente conosciuto, se si escludono ristrette élite, l'etica della responsabilità e l'amore per quelle virtù civiche che Montesquieu riteneva indispensabili per la sopravvivenza della repubblica democratica.

Come si poteva in buona sostanza far uscire gli italiani dal ventennio fascista? Il fascismo, attraverso. un sapiente uso di tutti gli strumenti disponibili: la scuola, la fitta rete di associazioni culturali, ricreative, sportive, dopolavoristiche, i mezzi di comunicazione di massa (tra i quali un ruolo crescente acquistarono la radio e il cinema), aveva ottenuto un vasto consenso, operando una profonda manipolazione delle coscienze. Come poteva in un paese del genere sbocciare la democrazia? Come si poteva favorire la formazione del cittadino attivo, inteso cioè nel senso antico del termine, indispensabile alla democrazia? La ricostruzione morale.e civile è, dunque, per Capitini necessaria, è condizione per la nascita di un'Italia democratica. E’ ancora più importante della ricostruzione economica. I partiti politici avevano il compito di organizzare il consenso, di conquistare e gestire il potere; compito certamente nobile, i cui esiti però potevano variare in base alla disponibilità dei cittadini ad essere effettivi protagonisti della nuova Italia. Capitini si proponeva di andare oltre e più a fondo dei partiti politici, di modificare il modo tradizionale d'intendere la politica. Non si trattava infatti di conquistare e mantenere il potere, perché conquistare e tenere il potere lo possono tutti, compreso il manipolo di briganti di cui ci parla Max Weber. Basta infatti la forza.

Il suo problema, era come costruire un regime democratico in cui progressivamente il potere potesse divenire realmente potere di tutti. Per raggiungere un tale obiettivo era necessario formare innanzitutto le coscienze, diffondere una coscienza altruistica, sconfiggendo chiusure ed egoismi. Si trattava di educare, di orientare (questo termine assai frequente negli scritti del filosofo perugino ne esprime appieno la concezione filosofica). Soltanto attraverso la scelte e l'impegno individuale, attraverso la pratica dei parlare ad uno perché questi a sua volta parli ad un altro e costa via fino ad arrivare ai molti, attraverso l'abitudine al libero confronto in assemblea e l'attiva partecipazione alla vita amministrativa e politica, si può riuscire a costruire quel popolo democratico italiano al quale affidare la ricostruzione dei paese. Di qui nasce l'idea dei COS, dei centri di orientamento sociale, luoghi di autoeducazione democratica, ma anche tentativo di dare risposta ad uno dei problemi irrisolti della democrazia, su cui la sinistra europea si è misurata per oltre un secolo: il rapporto tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Come è possibile correggere la democrazia rappresentativa, che nei paesi moderni, vasti e complessi, è l'unica forma di democrazia realizzabile, avvicinandola quanto più possibile a quella democrazia ideale che costituisce l'orizzonte verso il quale il democratico deve costantemente tendere? E’ possibile diffondendo costume democratico ed introducendo dei correttivi che avvicinino la volontà degli eletti alla volontà degli elettori. Questi correttivi sono la pubblicità, il controllo ed il confronto, in sintesi uno scambio comunicativo permanente tra istituzione e cittadini. Il COS rappresenta il tentativo di sperimentare tutto ciò. Era un'assemblea pubblica nella quale amministratori e cittadini discutevano insieme di tutti i problemi della città, dall'approvvigionamento della legna e dei carbone a come far trovare nei mercati dell'immediata post-liberazione i generi alimentari di prima necessità, a come restituire normalità alla vita cittadina. Altre volte vi si analizzavano le piattaforme ideali e programmatiche dei partiti politici, altre ancora si valutavano i comportamenti di politici e amministratori. Grazie a questo continuo dialogo tra cittadini, forze politiche ed amministratori locali si attivavano forme di controllo e di influenza reciproca che allontanavano quei rischi di separazione costantemente presenti nelle diverse forme di rappresentanza. In tal modo il consiglio comunale, il consiglio provinciale, lo stesso parlamento, se l'esperienza si fosse diffusa, avrebbero acquistato quella rappresentatività reale, di cui ci ha parlato poc'anzi il professor Ferrarotti. Questo credo sia oggi un messaggio di grande attualità e fa dell'esperienza di Capitini, libero religioso, filosofo, insegnante, antifascista, liberalsocialista, nonviolento, maestro nel senso socratico dei termine, un'esperienza che va oltre quei limiti di "provinciale" che qualcuno gli ha attribuito. Capitini è un autore che si inserisce pienamente nella cultura democratica italiana ed europea di questo secolo. Un autore che ha saputo ricongiungersi con alcuni dei momenti più alti della democrazia italiana. Una tradizione che dobbiamo riscoprire e tornare a studiare in una fase cosi delicata della storia del paese. Basti pensare all'interesse fortissimo che ebbe sempre per Giuseppe Mazzini e Giacomo Matteotti, per la tensione etico-religiosa del primo, per l'esperienza del socialismo riformista e municipale rappresentata dal secondo. Ma egli ha saputo inserirsi anche all'interno delle contemporaneo sensibilità e cultura europea da Dietrich Bonhoeffer a Karl Barth da Simone Weil a Albert Camus. Ed è in rapporto a questo più ampio contesto che dovrenuno ricollocare Capitini, ristabilendo con lui un ideale dialogo. Tanto più nel momento in cui, sul finire di questo millennio, torniamo ad interrogarci sulla sorte della democrazia e dei valori che la giustificano e sul futuro del paese, mentre si aprono nuovi conflitti e pericoli nuovi sembrano poterne limitare lo sviluppo. Al centro dei confronto torna l'idea forte di democrazia e con essa i ricorrenti rischi per le libertà e i diritti degli individui. Lo scontro sui temi della comunicazione e dell'informazione è uno scontro sulla nostra possibilità di essere liberi dalla manipolazione delle nostre coscienze e intelligenze, in gioco vi è la nostra aspirazione ad essere cittadini attivi e responsabili, realmente autonomi in quanto effettivamente partecipi delle scelte che ci riguardano. L'insegnamento capitiniano continua, dunque, a rappresentare per noi un punto di riferimento, al di là di aspetti oggi inattuali che pur vi sono, perché il cammino dell'Italia civile, e per quanto ci riguarda dell'Umbria e della Perugia civile, possa riprendere senza pericoli.










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