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La teoria della democrazia
nell'esperienza dei C.O.S.
di
FABRIZIO BRACCO
Vorrei qui soffermarmi su
un tema che il prof. Ferrarotti ha toccato nelle
conclusioni della sua bella e suggestiva esposizione:
Capitini teorico della democrazia e protagonista della
battaglia democratica nel nostro paese.
Nella seconda parte di
questo secolo, la democrazia ha vissuto una singolare
vicenda. Uscita vincente dallo scontro con
l'anti-democrazia, dopo la Seconda guerra mondiale l'idea
di democrazia è divenuta progressivamente più debole,
tanto che è oggi universalmente accolta la sua riduzione
ad un insieme di tecniche per decidere, caratterizzato
dalla partecipazione della maggior parte possibile di
coloro a cui si applicano le decisioni e dalla regola
maggioritaria. Contemporaneamente, come ha sottolineato
John Dunn, democrazia è divenuto sinonimo di "forma
buona di governo", di 'governo legittimo", per
cui in ogni parte dei mondo i governanti si definiscono
"democratici", anche se responsabili della
persecuzione e della morte dei propri oppositori e della
negazione dei diritti politici e civili dei propri
concittadini.
Potremmo, quindi,
sostenere che l'idea di democrazia ha avuto una grande
estensione in superficie alla quale ha corrisposto una
contrazione in profondità. Ciò pone a noi, in questa
difficile età di passaggio al nuovo millennio, di fronte
alle sconvolgenti innovazioni tecnologiche, alle grandi
mutazioni antropologiche, culturali e sociali, nuovi ed
inquietanti interrogativi sul futuro dell'idea e della
pratica della democrazia, intesa come sistema politico i
cui membri si considerano politicamente uguali e
collettivamente sovrani, e possiedono tutte le capacità,
le risorse e le istituzioni di cui hanno bisogno per
governare se stessi" (definizione che prendo in
prestito da R. A., Dahl. Ci saranno nuove possibilità ma
anche nuovi limiti per lo sviluppo dei processo
democratico. Come ci ammoniscono tanti aut ori
democratici, nonostante la convinzione diffusa, la storia
della democrazia è segnata "in egual modo da
fallimenti e da successi; fallimenti nel trascendere i
limiti esistenti, fallimenti di importanti progressi
temporanei seguiti da pesanti sconfitte, e talvolta di
ambizioni utopistiche seguite da delusioni e
scoraggiamenti" (citazione tratta ancora da La
democrazia e i suoi critici di Dahl).
Mi appare necessario nella
ricerca di risposte possibili alle domande dell'oggi
circa le forme di governo e i tipi di organizzazione
della società in grado di attuare i principi
democratici nelle nuove condizioni storiche, riaffacciare
un proficuo dialogo con i classici della democrazia e con
tutti quegli autori che ne hanno avuto a cuore le sorti.
Aldo Capitini è uno di questi.
Capitini ed i suoi
contemporanei hanno vissuto lo scontro tra democrazia e
anti-democrazia, prendendo chiaramente parte. Gli
anti-democratici allora non si fingevano (o meglio,
forse, non si ritenevano) democratici, perché la
democrazia non era pensata soltanto nella sua concezione
minima, ma come un ideale ed un complesso di valori. in
democrazia libertà, uguaglianza, fratellanza, rispetto
per l'altro, autonomia e autogoverno costituivano
alimento e finalità delle istituzioni e della vita
politica e civile. Senza questi principi e valori una
società ed uno stato non si potevano qualificare
democratici.
Alexis de Tocqueville nel
suo capolavoro, cercando di descrivere, attraverso
costumi e istituzioni della "nuova nazione"
americana, quel fenomeno che gli appariva ormai
ineluttabile, la rivoluzione democratica, con le sue
tendenze, i suoi pregiudizi, le sue passioni, sottolinea
come la democrazia in America nasca dall'esperienza della
Riforma e dall'emigrazione: dunque da una forte tensione
etico-religiosa e da una intensa vita sociale che produce
un deciso spirito di comunità. I padri pellegrini
abbandonavano "una invidiabile posizione sociale e
una vita sicura per obbedire ad un bisogno puramente
spirituale; con l'esporsi alle inevitabili miserie
dell'esilio essi volevano far trionfare un'idea",
ricorda Tocqueville e aggiunge " portavano con sé
ammirevoli elementi di ordine e di moralità
Ecco, allora, la solidità
della democrazia americana trova fondamento ed alimento
in questa tensione etico-religiosa, e dalla vivace vita
sociale fatta di relazioni, di dialogo, di reciproco
sostegno, di uguaglianza delle condizioni che ne è
l'inevitabile presupposto.
Capitini, è stato
ricordato, praticava il dialogo come metodo e fondava la
propria concezione politica su di una rigorosa visione
eticoreligiosa che poneva al centro l'interesse e la
considerazione per la persona. L'agire politico per lui
deve essere informato alla morale. La giustificazione
della politica è solo nell'etica altruistica.
L"'apertura all'altro", la totale
disponibilità verso tutti gli esseri, umani e sub-umani,
l'interesse per la loro sorte, il loro rispetto fino al
rifiuto di ogni forma di oppressione e di distruzione,
costituiscono il punto di partenza verso una realtà
"liberata" dai suoi limiti e dal suo carico di
sofferenze, a cui il filosofo perugino tende. Gli esseri
infelici, sofferenti, oppressi, sfruttati, sconfitti,
soltanto unendosi, facendosi vicini gli uni agli altri,
possono liberarsi dalle loro sofferenze. Il dialogo come
metodo, che lo aveva avvicinato a Guido Cologero, insieme
al quale diede vita al movimento liberalsocialista, nasce
dalla volontà di ascoltare le ragioni dei propri
interlocutori, riconoscerle e discuterne con un
atteggiamento aperto al dubbio sulle proprie opinioni.
Nel dialogo aveva insegnato Calogero non si deve cercare
di vincere una battaglia, oppure il consenso degli altri,
questi sono atteggiamenti egoistici, monologici e non
dialogici. Dunque rintracciamo in Capitini una
particolare concezione etica, una teoria della natura,
una filosofia dei conflitti e la visione di una società
in cui il potere sia di tutti (omnicrazia), ed in cui sia
realizzato il benessere per tutti nell'integrazione tra
l'idea di uguaglianza e quella del rispetto e
dell'autonomia dell'individuo. In sostanza, riprendendo,
anche se in modo dei tutto originale, alcuni motivi
ricorrenti nella letteratura democratica, Capitini ci
propone con la sua esperienza e la sua pratica di vita
una idea forte di democrazia, indicando valori e
contenuti che questa forma di governo deve avere.
"Non sono d'accordo - scrive ne Il potere è di
tuttí - con i distruttori del sistema
rappresentativo, che le democrazie occidentali hanno
costruito; ma ne vedo i limiti", e più avanti:
"considero utile il parlamento, ma mi preme dire che
esso ha bisogno di essere integrato da moltissimi centri
sociali, assemblee deliberanti o consultive in tutta la
periferia". La democrazia intesa come partecipazione
alle decisioni, come uguaglianza di diritti civili e
sociali, come uguaglianza delle opportunità rivela un
continuo conflitto tra l'uguaglianza di diritti e le
differenze di fatto. Questo conflitto genera il problema
che è di fronte a tutti i democratici, i quali si sono
spesso divisi nella ricerca di soluzioni. Anche Capitini
propone una sua soluzione, spostando l'attenzione dal
funzionamento delle istituzioni democratiche (cosa di cui
non si è mai realmente occupato) a come costruire e far
sopravvivere una democrazia, favorendone radicamento ed
estensione. In questo senso allora potremmo dire che più
che teorico della democrazia appare teorico della
transizione alla democrazia, o meglio ancora teorico
della rivoluzione democratica. Egli, come è stato
ricordato, si pone il problema di come si possa
trasformare (e trasformare fin dalle radici) un paese che
ha nella sua tradizione culturale e politica il germe
dell'autoritarismo e del totalitarismo, ed il quale non
ha mai realmente conosciuto, se si escludono ristrette
élite, l'etica della responsabilità e l'amore per
quelle virtù civiche che Montesquieu riteneva
indispensabili per la sopravvivenza della repubblica
democratica.
Come si poteva in buona
sostanza far uscire gli italiani dal ventennio fascista?
Il fascismo, attraverso. un sapiente uso di tutti gli
strumenti disponibili: la scuola, la fitta rete di
associazioni culturali, ricreative, sportive,
dopolavoristiche, i mezzi di comunicazione di massa (tra
i quali un ruolo crescente acquistarono la radio e il
cinema), aveva ottenuto un vasto consenso, operando una
profonda manipolazione delle coscienze. Come poteva in un
paese del genere sbocciare la democrazia? Come si poteva
favorire la formazione del cittadino attivo, inteso cioè
nel senso antico del termine, indispensabile alla
democrazia? La ricostruzione morale.e civile è, dunque,
per Capitini necessaria, è condizione per la nascita di
un'Italia democratica. E ancora più importante
della ricostruzione economica. I partiti politici avevano
il compito di organizzare il consenso, di conquistare e
gestire il potere; compito certamente nobile, i cui esiti
però potevano variare in base alla disponibilità dei
cittadini ad essere effettivi protagonisti della nuova
Italia. Capitini si proponeva di andare oltre e più a
fondo dei partiti politici, di modificare il modo
tradizionale d'intendere la politica. Non si trattava
infatti di conquistare e mantenere il potere, perché
conquistare e tenere il potere lo possono tutti, compreso
il manipolo di briganti di cui ci parla Max Weber. Basta
infatti la forza.
Il suo problema, era come
costruire un regime democratico in cui progressivamente
il potere potesse divenire realmente potere di tutti. Per
raggiungere un tale obiettivo era necessario formare
innanzitutto le coscienze, diffondere una coscienza
altruistica, sconfiggendo chiusure ed egoismi. Si
trattava di educare, di orientare (questo termine assai
frequente negli scritti del filosofo perugino ne esprime
appieno la concezione filosofica). Soltanto attraverso la
scelte e l'impegno individuale, attraverso la pratica dei
parlare ad uno perché questi a sua volta parli ad un
altro e costa via fino ad arrivare ai molti, attraverso
l'abitudine al libero confronto in assemblea e l'attiva
partecipazione alla vita amministrativa e politica, si
può riuscire a costruire quel popolo democratico
italiano al quale affidare la ricostruzione dei paese. Di
qui nasce l'idea dei COS, dei centri di orientamento
sociale, luoghi di autoeducazione democratica, ma anche
tentativo di dare risposta ad uno dei problemi irrisolti
della democrazia, su cui la sinistra europea si è
misurata per oltre un secolo: il rapporto tra democrazia
diretta e democrazia rappresentativa. Come è possibile
correggere la democrazia rappresentativa, che nei paesi
moderni, vasti e complessi, è l'unica forma di
democrazia realizzabile, avvicinandola quanto più
possibile a quella democrazia ideale che costituisce
l'orizzonte verso il quale il democratico deve
costantemente tendere? E possibile diffondendo
costume democratico ed introducendo dei correttivi che
avvicinino la volontà degli eletti alla volontà degli
elettori. Questi correttivi sono la pubblicità, il
controllo ed il confronto, in sintesi uno scambio
comunicativo permanente tra istituzione e cittadini. Il
COS rappresenta il tentativo di sperimentare tutto ciò.
Era un'assemblea pubblica nella quale amministratori e
cittadini discutevano insieme di tutti i problemi della
città, dall'approvvigionamento della legna e dei carbone
a come far trovare nei mercati dell'immediata
post-liberazione i generi alimentari di prima necessità,
a come restituire normalità alla vita cittadina. Altre
volte vi si analizzavano le piattaforme ideali e
programmatiche dei partiti politici, altre ancora si
valutavano i comportamenti di politici e amministratori.
Grazie a questo continuo dialogo tra cittadini, forze
politiche ed amministratori locali si attivavano forme di
controllo e di influenza reciproca che allontanavano quei
rischi di separazione costantemente presenti nelle
diverse forme di rappresentanza. In tal modo il consiglio
comunale, il consiglio provinciale, lo stesso parlamento,
se l'esperienza si fosse diffusa, avrebbero acquistato
quella rappresentatività reale, di cui ci ha parlato
poc'anzi il professor Ferrarotti. Questo credo sia oggi
un messaggio di grande attualità e fa dell'esperienza di
Capitini, libero religioso, filosofo, insegnante,
antifascista, liberalsocialista, nonviolento, maestro nel
senso socratico dei termine, un'esperienza che va oltre
quei limiti di "provinciale" che qualcuno gli
ha attribuito. Capitini è un autore che si inserisce
pienamente nella cultura democratica italiana ed europea
di questo secolo. Un autore che ha saputo ricongiungersi
con alcuni dei momenti più alti della democrazia
italiana. Una tradizione che dobbiamo riscoprire e
tornare a studiare in una fase cosi delicata della storia
del paese. Basti pensare all'interesse fortissimo che
ebbe sempre per Giuseppe Mazzini e Giacomo Matteotti, per
la tensione etico-religiosa del primo, per l'esperienza
del socialismo riformista e municipale rappresentata dal
secondo. Ma egli ha saputo inserirsi anche all'interno
delle contemporaneo sensibilità e cultura europea da
Dietrich Bonhoeffer a Karl Barth da Simone Weil a Albert
Camus. Ed è in rapporto a questo più ampio contesto che
dovrenuno ricollocare Capitini, ristabilendo con lui un
ideale dialogo. Tanto più nel momento in cui, sul finire
di questo millennio, torniamo ad interrogarci sulla sorte
della democrazia e dei valori che la giustificano e sul
futuro del paese, mentre si aprono nuovi conflitti e
pericoli nuovi sembrano poterne limitare lo sviluppo. Al
centro dei confronto torna l'idea forte di democrazia e
con essa i ricorrenti rischi per le libertà e i diritti
degli individui. Lo scontro sui temi della comunicazione
e dell'informazione è uno scontro sulla nostra
possibilità di essere liberi dalla manipolazione delle
nostre coscienze e intelligenze, in gioco vi è la nostra
aspirazione ad essere cittadini attivi e responsabili,
realmente autonomi in quanto effettivamente partecipi
delle scelte che ci riguardano. L'insegnamento
capitiniano continua, dunque, a rappresentare per noi un
punto di riferimento, al di là di aspetti oggi inattuali
che pur vi sono, perché il cammino dell'Italia civile, e
per quanto ci riguarda dell'Umbria e della Perugia
civile, possa riprendere senza pericoli.
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