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ATTRAVERSO
DUE TERZI
DEL SECOLO
AUTOBIOGRAFIA
DI ALDO CAPITINI
[DAL 1944 AL 1968]
Dal 1944, in poco più che
un ventennio, dovevo valermi delle condizioni di libertà
e di tutte le agevolazioni che avrei potuto incontrare,
tra cui quelle venutemi con l'insegnamento universitario,
prima come incaricato a Pisa di filosofia morale, e poi
come professore di ruolo di pedagogia dal 1956, prima a
Cagliari e poi a Perugia.
Subito, dopo la
liberazione di Perugia, nel luglio 1944 costituii il
Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche
discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi
amministratiivi e sociali. Fu un'iniziativa felice, che
convocava molta gente e le autorità (tra cui il prefetto
e il sindaco), molto desiderata da tutti per l'interesse
ai temi e per la possibilità di «ascoltare e parlare»;
e si diffuse nei rioni della città, in piccole città
dell'Umbria, e in città come Firenze e Ferrara.
Nessuna istituzione la
diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse un
C.O.S. per ogni parrocchia, era molto in contrasto con il
disinteresse e l'avversione che, dopo pochi anni, sorse
in in molti contro un'istituzione così indipendente,
aperta, critica; né si poteva dire che l'organizzazione
ne fosse difficile; ci sarebbe voluta tuttavia voluta una
virtù: la costanza.
Quella fu la prima
iniziativa che presi per valermi della libertà e per
preparare la «riforma» come la vedevo e la vedo. Tanto
è vero che, dopo le difficoltà che portarono nel 1948
alla fine dei C.O.S., anche dopo una breve loro ripresa
nel 1957, ho svolto e svolgo lo stesso tema mediante un
foglio mensile "Il potere è di tutti",
che propugna la democrazia diretta (o omnicrazia, come la
chiamo), il controllo dal basso in ogni località e in
ogni ente, i consigli di quartiere e i centri sociali, i
comitati e le assemblee, la libertà di informazione e di
critica, permanente e per tutti. Il tema si riconduce,
come dirò poi, a quella riforma che io propugno in nome
dello sviluppo della «realtà di tutti».
Non lo Stato antifascista,
ma molto meno quello che seguì nel 1948, erano in grado
di valersi dei C.O.S. ed inserirli nella struttura
pubblica italiana, ad integrazione della limitata
democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli
comunali e provinciali. Né le forze dell'opposizione di
sinistra, tese nella speranza di una presa del potere, si
curarono di apprestare uno strumento così elementare per
la convocazione della popolazione e dell'opinione
pubblica, anche in considerazione della insufficiente
diffusione dei giornali.
Si aprì invece il periodo
in cui le ricche destre avrebbero rovesciato sugli
italiani, e specialmente sugli strati meno politicizzati
come quello delle donne, tonnellate di periodici
illustrati; sostanzialmente di gusto antirivoluzionario
ed evasivo.
Un'altra iniziativa fu
quella del «Movimento di religione». Nell'ottobre del
1946, d'intesa con l'ex-prete Ferdinando Tartaglia,
convocammo a Perugia un Primo convegno sul problema
religioso attuale. Era una cosa nuova, insolita, inattesa
per quanti non avessero percepito che nell'opposizione
antifascista, nella tensione di aggiornare l'Italia al
mondo, c'era anche, più o meno esplicito, il tema di
portare il laicismo al punto di produrre la sostituzione
di una nuova vita religiosa a quella tradizionale,
derivante dalla Controriforma.
Al Convegno vennero molti
e diversi amici (Spini, Pettazzoni, Mazzetti, Marcucci,
Assagioli, Binni ed altri). Le relazioni introduttive
furono di me e di Tartaglia: io indicai il lavoro
religioso come consistente nella ripresa, nell'etica
contemporanea, dei temi della mitezza, del perdono, della
nonviolenza, e nell'apertura massima alla realtà di
tutti, alla compresenza di tutti gli esseri; Tartaglia lo
indicò nella tensione a porre un «puro dopo» la
realtà e le società attuali, in una tramutazione di
tutta la nostra vita, nella creazione di «atti nuovi».
Al convegno di Perugia
seguirono altri fino al 1948; avemmo il modo di
incontrare molti, di far gravitare su problemi vari, come
quello della libertà religiosa in Italia e della
situazione degli ex-preti (prova della durezza illiberale
della Chiesa romana) e quello dell'obiezione di coscienza
e della pace internazionale. Pubblicammo libri e
articoli.
Quando Tartaglia si volse
al lavoro personale della ricerca speculativa e
sistematica sulle sue idee religiose (e promise di darne
conto in libri), io continuai il Movimento per una
riforma religiosa in Italia per anni e anni fino al 1954.
Un congresso tenuto a Roma nell'ottobre 1948, molto
affollato e con la presenza di molte forze del laicismo e
del protestantesimo, si era voluto intitolare, a due anni
di distanza dal Convegno di Perugia che era stato di
assaggio, Congresso per la riforma religiosa, che
naturalmente per noi, per Tartaglia e per me, non era
interna al cristianesimo, ma su prospettive più larghe e
indipendenti dai temi tradizionali.
Tartaglia poi si appartò,
ed io continuai i convegni, specialmente romani,
presentando l'approfondimento dei miei temi della realtà
di tutti, dell'antiistituzionalismo religioso, della
nonviolenza, e altri facendo affluire i temi del laicismo
più deciso e più largo. Ma, francamente, l'interesse
veniva declinando, e gli amici ormai si volgevano ad
altri impegni o religiosi, o politici, o culturali.
Nel 1955 l'uscita del mio
libro Religione aperta, messo all'Indice da Pio
XII, segnò il punto di arrivo della Riforma religiosa da
me impostata, riassumendone i temi e affidandola ormai
alle posizioni del tutto personali di ciascuno.
Nello stesso tempo, anzi
fin dal 1952, la costituzione a Perugia, in Via dei
Filosofi, di un Centro di orientamento religioso (
C.O.R.) per periodiche conversazioni e di un Centro per
la nonviolenza aveva a poco a poco sostituito la
convocazione di convegni romani con la sollecitazione a
costituire centri, come a Perugia, il che poi
nessuno ha fatto in modo continuato e aperto come a
Perugia.
Se si pensa che da sedici
anni fino ad oggi una volta la settimana si è discusso
un tema solitamente di carattere religioso, si ha un'idea
di quale stimolo e addestramento abbiano potuto
beneficiare gli organizzatori, gli amici, i frequentatori
spesso mutevoli. Io mi sento gratissimo a quel lavoro
settimanale fatto non al livello dell'erudizione, ma
della formazione di un orientamento di vita.
Le ragioni della critica
storica neotestamentaria, l'utilizzazione di apertura
anche nelle religioni istituzionali, il nesso della
religione da un lato con la nonviolenza, dall'altro con
la riforma della società, l'esigenza costante della
libertà anche nella vita religiosa, sono stati temi ed
esigenze ritornanti spontaneamente tante volte nelle
nostre conversazioni, e creanti qualche cosa di comune
tra noi di diverse posizioni, libero religioso io, altri
evangelici, cattolici, bahai, ebrei, laici, marxisti.
Abbiamo toccato temi ed argomenti, anche del giorno, di
ogni genere.
Fino al momento di oggi,
nel quale potrebbero avvenire cambiamenti, il mio lavoro
religioso di decenni ha avuto, nella sua fedeltà, questi
periodi e questi aspetti:
Dal 1931 al 1944 ha
costituito il nucleo di una riforma, di limitata
diffusione anche per le condizioni della dittatura,
ispirata da una libera articolazione del gandhismo, in
sintesi con elementi occidentali, da uno sviluppo
dell'apertura anche nel campo di una nuova società.
Dal 1944 al 1968 ha fatto
il più che ha potuto per creare strumenti di
collaborazione sulla base dell'interesse religioso
(Movimento di religione, Movimento per una riforma
religiosa in Italia, religione aperta, Centro di
orientamento religioso ); ha delineato meglio gli aspetti
teorici dal tema dell'apertura al tema della compresenza,
in libri, articoli e «lettere di religione»; ha diffuso
anche opere di polemica religiosa (con Pio XII, sul
battesimo, sul Concordato).
Se la mia tensione in
questo campo è stata ed è continua, e posso dire di
avere aiutato molti a chiarirsi problemi particolari, e
di avere sparso idee e termini, è bene riconoscere che
il mio scrupolo di non forzare e di non
istituzionalizzare, crescente negli anni, è stato tale
da non tenere conto delle «adesioni», e di portare
avanti piuttosto l'enunciazione di una vita religiosa
come «centro» e non altro.
Dopo i movimenti degli
anni dopo la Liberazione, sono arrivato negli ultimi
anni, e fino a questo punto, ad un proposito di tenace
approfondimento per me, per capire ed essere sempre più
un ricercatore-costruttore e un fedele libero religioso,
ma lasciando ogni incontro collaborativo al tempo e agli
altri. Se la mia vita religiosa è risolutrice e utile,
altri la rifaranno, e meglio di me. Io non chiedo che di
condurla bene, con autenticità.
Una prova di questo aver
diffuso temi e stimoli senza averne raccolto precise e
fedeli risposte, sta non solo nel vedere come si svolge
la problematica religiosa oggi, ma specialmente nel fatto
che per la « religione » non posso citare quei contatti
e quelle influenze che posso indicare per altri tre
campi: la nonviolenza, la scuola, le idee sociali.
Nel campo della nonviolenza,
dal 1944 ad oggi, posso dire di aver fatto più di ogni altro in Italia.
Ho approfondito in più libri gli aspetti teorici, ho organizzato convegni
e conversazioni quasi ininterrottamente, ho lavorato per l'obiezione
di coscienza, ho promosso, attraverso il Centro di Perugia per la
nonviolenza, convegni Oriente-Occidente, la Società vegetariana italiana,
la Marcia della pace da Perugia ad Assisi del 24 settembre 1961, e
poi il Movimento nonviolento per la pace e il periodico Azione
nonviolenta che dirigo. Della Consulta italiana per la pace, una
federazione di organizzazioni italiane per la pace sorta dopo la Marcia
di Assisi, sono ancora presidente.
Sono, insomma, riuscito a
far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse per la
pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e come
proposte di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa
maturità. E qui, come dicevo, ho avuto più occasioni
d'incontro che con la pura e semplice religione. In
fondo, quando sono andato due volte a Barbiana, a parlare
con Don Lorenzo Milani e la sua scuola, la discussione e
l'esposizione non è stata altro che sulla nonviolenza,
per la quale egli mi disse di convenire con me.
Per Danilo Dolci la cosa
è stata più complessa. Sapevo di lui e gli scrissi
quando egli fece il suo primo digiuno a Trappeto, per la
morte di una bambina di stenti. Gli dissi che non aveva
il diritto, prima che egli avesse informato
sufficientemente noi tutti della situazione, e lo pregai
perciò di sospendere il digiuno. Così siamo diventati
amici e ho sempre seguito il suo lavoro; ho fatto
conoscere a Danilo tutti i miei amici laici da
Calamandrei a Bobbio, e tanti altri (egli era in partenza
cattolico), l'articolazione dell'apertura religiosa e
della nonviolenza, i miei articoli sul piano sociale e
sul lavoro dal basso, mediante centri di educazione degli
adulti e di sviluppo sociale.
Vi sono anche due campi
nei quali ho lavorato con continuità, e che qui accenno
senza illustrare: quello della libertà religiosa in
Italia, stabilendo collaborazioni con laici, dal mio
punto di vista di libero religioso per cui la libertà è
indispensabile per tutti; e quello della difesa della
scuola pubblica dalla pressione e dall'invasione
confessionale, un campo nel quale promossi
un'associazione che ha avuto anni di buona efficienza,
l'A.D.E.S.S.P.I. (Associazione per la difesa e lo
sviluppo della scuola pubblica italiana). Né intendo qui
illustrare il lavoro per i problemi educativi, pedagogici
(con una mia pedagogia diversa da quella
umanistico-empirista), scolastici (con l'iniziativa di
una Consulta di professori universitari di pedagogia), ai
quali ho dedicato l'attività dell'insegnamento, e libri,
tra cui i due recenti volumi di Educazione aperta.
Ma un campo, ancor più
strettamente connesso con la profezia e l'apostolato
religioso, è quello della trasformazione della società,
per cui, rifiutando ogni carica offertami nel campo
politico, ho piegato la politica, e l'interesse in me
fortissimo per essa, alla fondazione di un lavoro per la
democrazia diretta, per il potere di tutti o omnicrazia
(come lo chiamo).
Per me è intrinsecamente
connesso con la religione, che, per me, è più della
compresenza che di Dio; e perciò la compresenza di tutti
(religiosamente dei viventi e dei morti) deve
continuamente realizzarsi, come ho già detto,
nell'omnicrazia; e chi è centro della compresenza, è
centro anche di omnicrazia; ed è intrinsecamente
connesso con la nonviolenza, di cui è l'idea
politico-sociale. Il lavoro per i C.0.S., per il
pacifisnmo integrale, per la proprietà pubblica aperta a
tutti e creante continue eguaglianze, non sono che
effettuazioni dell'interesse per l'omnicrazia.
Se dovessi indicare i
punti dove ho espresso la tensione fondamentale, da cui
tutte le altre, del mio animo per l'interesse
inesauribile agli esseri e al loro animo, e perché ad
essi sia apprestata una realtà in cui siano tutti più
insieme e tutti più liberati, segnalerei due righe di un
mio libro poetico, Colloquio corale (sulla festa),
nel quale ho ripreso accentuando la compresenza, un modo
di esprimermi lirico, già presentato negli Atti della
presenza aperta. Il Colloquio corale (1955) è
così poco noto (il libro di cui ho più copie nel mio
magazzino di carte!), ed è invece così espressivo, che
non mi oppongo alla tentazione di citare qualche cosa da
esso piuttosto che da altri libri.
La mia nascita è
quando dico un tu.
Mentre aspetto, l'animo già tende.
Andando verso un tu, ho pensato gli universi.
Non intuisco dintorno similitudini pari a quando
penso alle persone.
La casa è un mezzo ad ospitare.
Amo gli oggetti perché posso offrirli.
Importa meno soffrire da questo infinito.
Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi
viventi.
Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.
Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.
Ardo perché non si credano solo nei limiti.
Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio
intimo i bimbi travolti.
Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i
singoli.
Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi
trovo in ardenti secreti di anime.
Torno sempre a credere nell'intimo.
Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.
Quando apro in buona fede l'animo, il mio volto mi
diviene accettabile.
Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.
Do familiarità alla vita,.se teme di essere sgradita
ospite.
Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le
persone appaiono come figli.
A un attimo che mi umilio, succede l'eterno.
La mente, visti i limiti della vita, si stupisce
della mia costanza da innamorato.
Soltanto io so che resto, prevedendo le sofferenze.
Ritorno dalle tombe nel novembre, consapevole.
Non posso essere che con un infinito compenso a
tutti.
Il discorso fatto fin qui,
prevalentemente di « prassi », non ha affrontato il mio
lavoro filosofico. Ho approfondito soprattutto,
nell'ultimo ventennio, la conoscenza del Kant e dello
Hegel, e il singolare è che, malgrado le mie simpatie
per il primo e per certi aspetti del suo pensiero etico,
religioso e circa i valori, lo Hegel mi ha interessato
profondamente, e l'ho studiato per anni e anni. Ciò che
mi ha attratto, oltre la forte complessità del suo
pensiero, è stato principalmente il proposito di calare
gli elementi ideali nella realtà.
Ho spiegato largamente
altrove (e specialmente nel libro Il fanciullo nella
liberazione dell'uomo) questo tema. Mi è parso che
proprio questo suo programma «realistico» fosse
attuato, nel suo umanesimo immanentistico, in modo
insufficiente, facendo condizionare gli elementi «
ideali » da elementi « reali » assunti come
insuperabili, quali lo Stato, la proprietà privata, la
violenza, la morte degl'individui singoli. E che invece
spetti proprio ad un programma religioso impostare «la
discesa» degli elementi ideali (la compresenza di tutti
nella produzione dei valori) nella natura e in una nuova
storia.
Questo spiega anche il mio
atteggiamento riguardo al marxismo, che ha avuto tanto
sviluppo in Italia nell'ultimo ventennio. In quanto
immanentismo di tipo hegeliano esso non va oltre lo
stoicismo dell'individuo che si immola per l'avvento di
una umanità liberata, ma in quanto pone il tema della
«discesa» degli elementi ideali nell'umanità e in una
tensione escatologica, il marxismo può essere un passo
verso una concezione religiosa della compresenza.
E' da rilevare anche come
si presenta l'apertura religiosa alla compresenza: fuori
di ogni pretesa ontologica di tipo vecchio, autoritario e
sistematico, che «costringa» gli altri, ma come libera
aggiunta alla base di ogni realtà, vedendo ogni essere
nascere nella compresenza per sempre, oltreché nella
natura che lo consuma; un'apertura pratica come ipotesi
di lavoro, modesta e senza armi immanenti o trascendenti;
un'ipotesi che è fuori da ogni verifica scientifica.
Bisognava che la
concezione religiosa tradizionale, appoggiata
dall'istituzione, entrasse nella crescente crisi che la
dissolve, malgrado la vittoria sul modernismo e
l'appoggio dello Stato fascista e del successivo.
Specialmente dopo il Concilio, altro che modernismo si
diffonde! e altro che intangibilità dei dogmi! Bisognava
anche che le si contrapponesse la concezione marxistica,
e che il popolo italiano, specialmente in alcuni strati e
in alcune zone, si politicizzasse attraverso un laicismo
comunista.
Si è visto poi che la
cosa non era così semplice come pareva ad alcuni
stalinisti nel primo decennio dopo la Liberazione; oggi,
vista la rivoluzione violenta inattuabile e cresciuta
l'esigenza di un'articolazione democratica in cui il
«basso» conti effettivamente, ferventi comunisti
arrivano a scrivere la formula «socialismo e libertà».
Dico questo delle due
forze di massa in Italia, perché nel ventennio esse
hanno occupato, anche con una larga produzione libraria,
il campo in Italia. Perché si arrivasse a capire il
valore e l'efficienza della sintesi da me proposta (di
riforma religiosa, di metodo nonviolento, di democrazia
diretta e proprietà pubblica) era necessario che dessero
quanto potevano, mostrando i loro limiti, le due
concezioni etico-politiche precedenti.
Difatti oggi erompono più
chiare, anche se di gruppi limitati, le esigenze
religiose e sociali, perlomeno nella forma di richieste
più indipendenti e più severe di prima. Con ciò non
voglio dire affatto che proprio le mie proposte religiose
e politiche troveranno chi le farà sue e le svolgerà.
Tutt'altro che questo!
Si vedrà molto del
laicismo anche notevolmente critico accettare prima o poi
l'influenza americana, anche se essa si farà meno
democratica, ma giudicata da quei laici pur sempre il
male minore, in una certa circolazione di culture e di
beni. Si vedrà anche la spinta rivoluzionaria farsi
sempre più estremista, attuando anche colpi violenti se
non di guerra, di guerriglia, fino alla speranza di un
controimpero che spazzi tutto il vecchio.
Dopo i due terzi di secolo
siamo arrivati ad un punto da cui si vede tutto questo.
Nell'ultimo terzo del secolo Croce e anche Gramsci
saranno meno presenti nella nostra spiritualità.
L'Europa, unita al Terzo Mondo e al meglio dell'America,
elaboreranno la più grande riforma che mai sia stata
comune all'umanità, quella riforma che renderà
possibile abolire interamente le disuguaglianze attuali
di classi e di popoli, e abolire le differenze tra i
«fortunati» e gli «sfortunati».
Non con piani di
assistenza e di elargizione sarà possibile costituire
una nuova società nel mondo, in cui tutto sia di tutti,
con la massima naturalezza, superando il vecchio
individualismo borghese che ho visto così fiorente
all'inizio di questo secolo. Ci vorrà una profonda
concezione religiosa che abbia arricchito l'uomo, e
fors'anche una grande semplificazione nella vita, che non
impedirà ai più alti valori di avere il primato,
perché diventi conseguente un modo di trattare tutti,
nel modo più aperto, con crescenti uguaglianze, con la
gioia di portare gli ultimi tra i primi. Questa comunità
nella società sarà la premessa di una vittoria sulla
stessa natura, diventata al servizio di tutti.
Non molto lontano dai
settant'anni, e in un momento in cui meno che in ogni
altro posso prevedere se potrò anche nell'ultimo terzo
del secolo dare un contributo, questa visione
religioso-sociale di tutti mi eleva. Ho insistito per
decenni ad imparare e a dire che la molteplicità di
tutti gli esseri si poteva pensare come avente una parte
interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo
spazio, una somma di possibilità per tutti i singoli,
anche i colpiti e annullati nella molteplicità naturale,
visibile, sociologica. Questa unità o parte interna di
tutti, la loro possibilità infinita, la loro novità
pura, il loro «puro dopo» la finitezza e tante
angustie, l'ho chiamata la compresenza.
Aldo Capitini
Perugia, 16 agosto 1968.
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